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Domenico Mangano & Marieke van Rooy – Sonnet Cycle

a cura di Lorenzo Bruni

Sonnet Cycle è il titolo del progetto con cui Domenico Mangano & Marieke van Rooy celebrano il loro nuovo approccio alla necessità di stimolare il serbatoio della memoria collettiva al tempo della “post-verità”. Il video, i disegni, le sculture e le fotografie che hanno realizzato appositamente per la mostra puntano a scoprire una nuova metodologia alternativa al dialogo diretto con la realtà mediatica, ma anche ad individuare un nuovo ruolo dell’opera d’arte al tempo del museo/archivio diffuso. Le nuove opere in mostra aspirano a rendere consapevole lo specifico punto di vista fisico da cui l’osservatore si trova a interagire con il mondo affinché non si risolva solo in un fatto personale a cui gli altri possano solo assistere indifferenti. La coppia di artisti, che lavorano assieme dal 2014, per fare questo mette in evidenza il loro specifico modo di narrare e trasformare nella narrazione l’incontro con il mondo. Incontro che ha a che fare con dimensioni assurde, da favola al limite con il grottesco proprio perché sono consapevoli che effettuare tale azione e riflessione nella attuale “modernità liquida” equivale a ri-fondare un nuovo “principio di realtà” i cui codici sono da ricercare in una dimensione collettiva arcaica e a-storica.

I sonetti, le poesie, le favole evocate dal titolo si riferiscono non a storie inventate, ma al meccanismo che l’uomo adotta da sempre per creare delle macchine con cui creare storie e narrarle di soggetto in soggetto per alimentare la trasmissione del sapere e la curiosità per la conoscenza. Questo è l’approccio che ha portato i due artisti prima a rivolgersi ai metodi dei poeti siciliani medievali con cui avere un confronto con il paesaggio di tipo non mediato, ma stratificato. Gli artisti stessi spiegano che: “Il video Sonnet Cicle è un video, nato per una mostra al Museo Geologico Gemmellaro di Palermo, principalmente con immagini nere e altre surreali, magiche e quasi irriconoscibili. E’ un video narrato in parte in dialetto siciliano e l’altra in olandese, i due linguaggi che caratterizzano la nostra coppia. I sottotitoli sono invece in inglese che è la lingua internazionale. Le storie raccontate consistono in una serie di sonetti, scritti e recitati da noi, in cui la flora, la fauna e il cemento di Palermo sono i protagonisti. È un viaggio di parole e contesti surreali che sfociano in micro-storie sul biotopo della città. Per questo lavoro abbiamo reinterpretato il sonetto, inventato nel XIII secolo alla corte di Federico II in Sicilia. Erano i primi poemi di un’élite culturale scritta in lingua volgare. Ci siamo chiesti quali sarebbero le contraddizioni che metterebbero in luce oggi nella città, per ripensare a tutte le contraddizioni dell’età contemporanea.” Mentre in un secondo tempo si sono trovati a cercare un confronto con il libro miniato e tutto in rima Der naturen bloeme (Il fiore della natura) di Jacob van Maerlant, ca. 1271. Prima enciclopedia naturale scritta in olandese che riporta storie di botanica e i racconti dei vari popoli strani, veri o presunti, sintetizzati in attributi particolari come chi mangia solo attraverso una cannuccia, chi ha i piedi grandi per proteggersi dal sole, o ha gli occhi sulle spalle. Nel primo caso sono scaturite oltre al video dei disegni esposti su una struttura in marmo che ricorda un bancone dei mercati siciliani per il pesce, mentre nel secondo una serie di fotografie in cui le immagini delle pagine del libro olandese divengono schermi e maschere da cui lo sguardo degli autori osservano l’osservatore ipotetico, oltre a una nuova serie di sculture in legno e ad una installazione sonora. I due progetti in mostra alla galleria Francesco Pantaleone Milano rivelano essere come due facce della stessa medaglia, medaglia che riguarda il mettere a confronto il visibile e l’invisibile, l’esperienza e il racconto della stessa.

Il curatore della mostra Lorenzo Bruni osserva che: “Quello che realizzano i due artisti con il nuovo lavoro dal titolo Sonnet Cycle è quello di spostare l’attenzione dall’atto di documentare il mondo e destrutturare la memoria per lavorare non più sulla oggettività delle cose, bensì sulla loro visionarietà e arcaicità. Proprio questa visionarietà sembra essere per loro il viatico per dialogare con un mondo che ancora non ha compreso il portato della rivoluzione digitale, la quale rimarca la perdita di centralità dell’uomo non solo all’interno dell’universo (permessa dalle scoperte Galileiane) e del pensiero (con la psicoanalisi di Freud), ma anche nell’infosfera. Le informazioni che ci riguardano oramai vivono indipendentemente dal loro autore e in un tempo espanso e non più legato all’atto del comunicare in tempo reale. Come afferma Luciano Floridi – direttore di ricerca e professore di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford – nel suo recente libro “La quarta rivoluzione”: “In pochi anni siamo passati da una cultura millenaria della registrazione – che cosa salvare “a futura memoria” – a una cultura della riscrittura e cancellazione – che cosa rimuovere o editare a “futuro oblio” – che dobbiamo ancora capire. Mentre per loro natura i dati digitali si accumulano, come la polvere in casa: si pensi alle foto o alla musica nel cellulare.” Questo approccio è ancora più interessante visto che è assunto da Mangano che è stato tra i primi artisti alla fine degli anni novanta ad aver assunto la memoria personale e collettiva non solo come soggetto, ma anche come medium dell’opera per indagare il ruolo dello spettatore e dell’arte in un mondo post-ideologico e che si apprestava a diventare globale con la veloce diffusione della rete di internet. Con questo lavoro gli artisti ci ricordano che oggi non è importante saper comunicare a tutti e a tutto, ma ricordare a chi ci vogliamo rivolgere per stabilire un dialogo e non solo una manifestazione di sé stessi.”