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Stefania Galegati She Is-Land

29.02-02.05

Testo di Giulia Monroy

Il mio è un lavoro dietro le quinte di sostegno agli artisti e al curatore e ho considerato l’invito di Stefania Galegati un’opportunità per esplorare il suo lavoro da un altro punto di vista, più profondo e intimo.
Ritengo i momenti che precedono un’inaugurazione i più importanti.

Gli artisti portano le opere fuori dai loro studi, i lavori vedono la luce del sole, si cambiano spesso le idee, molte volte si combatte contro il tempo tiranno e tutte le volte si entra in contatto con la sensibilità di ognuno, sempre diversa e peculiare.
Nel montare una mostra partecipo a un evento con caratteristiche diverse, tutto è in divenire, si forma il pensiero del percorso, il senso.

Gli artisti raccontano le opere e in questi preziosi frangenti si ragiona sul come e i perché delle cose.
Questo con Stefania Galegati è stato per me un tempo speciale perché a partire da She Is-Land comincerò a trascrivere tutte le domande sulla carta, così che esse possano fare parte di una mia memoria, di un archivio personale, non solo parole dette mentre ci aggiriamo nella galleria vuota, dal corniciaio, davanti ad un caffè.

Quando Stefania Galegati mi ha raccontato l’intenzione delle Femminote, l’associazione non aveva ancora un nome. Il progetto nasce da una folle ma perspicace proposta, ovvero mettere insieme 350,000 donne per comprare un’isola che, come recita l’annuncio immobiliare, è “inclusa nella Riserva Naturale Orientata Isola delle Femmine ed è attualmente gestita dalla LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli)”, ma è anche, “un’opportunità unica per chi è alla ricerca di un trophy asset”.

In un primo momento l’idea risulta assurda. Poi riascoltandola risveglia alcuni pensieri, delle visioni, permette di sognare e riflettere su temi come la gestione del bene comune e la proprietà privata, la tutela del territorio, il femminismo, l’apertura al fallimento e alla debolezza. Per la diffusione del progetto, ognuna delle Femminote contribuisce con i propri mezzi e linguaggi. Le opere create da Stefania Galegati – nonostante mantengano un focus sull’isola – sono occasione per sviluppare nuove relazioni, ricerca, pratiche di lettura, scrittura e pittura.

Giulia Monroy: In She is land, video promozionale per l’acquisto dell’Isola delle Femmine, hai scelto immagini prese dal web, spesso amatoriali e grossolane.
Quanto secondo te, una determinata comunicazione, molto diffusa oggi, influisce sul modo di percepire e vivere un paesaggio?

Stefania Galegati: Il paesaggio è una questione culturale ed esiste solo attraverso il nostro sguardo. L’Isola delle Femmine è solo un lembo di terra più alto del livello del mare ma il suo nome e la sua rappresentazione simbolica la caricano di significati. La stratificazione narrativa è nata dal potenziale eterotopo dell’isola come spazio altro in cui ri-immaginare e utopicamente aprire ad altre possibilità.

Prendere a prestito video già esistenti da youtube è una pratica che di solito svolgo facendo vijing. Una sorta di riciclo del visivo già esistente. Mi pare che il mondo sia talmente sovraccarico di immagini e artefatti che non riesco proprio più a concepire delle produzioni che utilizzano nuove materie prime senza dare almeno una possibilità al riutilizzo. Lo stesso avviene per i dipinti delle isole che sono spesso dipinte/scritte su tessuti o tavole trovate.

G.M. Nella mostra Modalità Aereo (2018) ricordo la scultura Torno subito#1 dove ricreavi l’abitudine di assicurarsi il posto auto con elementi di fortuna, come una sedia o una cassa vuota di birra. Occupare spazio pubblico per uso privato, individuale.
Dalla cronaca di questi ultimi anni, mi viene in mente l’operazione di acquisto, proposta dai No TAV, di una piccola porzione di terreno (1mq) lungo il tracciato della Torino/Lione. Privatizzare per tutelare la collettività.

Qual è, per te, il senso della proprietà privata oggi?

S.G. La proprietà privata (o pubblica, visto che è solo allargata a più persone afferenti a uno stato, ma non a tutti) essendo un diritto pieno su un bene diventa immediatamente esclusivo, anche nel senso proprio di escludere l’altro dallo stesso diritto. Ho saputo di molte pratiche come quella No TAV che citi tu e sono importantissime perché minano il capitalismo dall’interno utilizzando le stesse dinamiche ma cercando di ottenere risultati opposti, solitamente la salvaguardia dei territori o delle comunità a rischio. L’isola delle Femmine non ha un’apparente urgenza di tutela, essendo riserva naturale. Ma il gesto collettivo di riappropriazione di un territorio da parte di tutte le donne che vogliono, permette un livello utopico di possibilismo e diffusione di pratiche di ribellione. Ricordiamoci che esistono ancora dei paesi dove le donne non hanno diritto alla proprietà privata. (Che se fosse tolta anche agli uomini sarebbe un grande passo…)

Modalità aereo, comunque, riprendeva la pratica dei parcheggiatori di prendersi spazio anche per le loro tecniche abilmente estetiche e con un mio solito tono ironico. Qui l’appropriazione va al contrario, ci si appropria di uno spazio privato per liberarlo e renderlo realmente di tutti.

G.M. Mi hai raccontato, durante la scelta delle opere, che la serie dei ritratti dell’isola ti aiuta a intraprendere “una buona pratica di approfondita lettura”; in “Per raccontare questa storia d’amore bisogna partire da Odessa” (2012), Bike Ride Story (2013) e non ultimo Il Manifesto al Cadere (2019), trascrivi brani selezionati da te.

Per i ritratti dell’Isola trascrivi integralmente il libro “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir, pietra miliare del femminismo europeo, pubblicato nel 1949.
Ci sono delle parole del libro che non avresti voluto trascrivere?

S.G. No, a differenza delle storie scritte su strada dove il testo è scelto o commissionato da me, qui è proprio una pratica di lettura tramite la scrittura. Il secondo sesso è una specie di enciclopedia del femminismo che non ho mai letto prima (o meglio ho letto ora fino a pagina 159 con il quindicesimo dipinto-testo). E’ una sorta di coming-out della mia formazione maschilista. Provengo da un’educazione fortemente patriarcale che ho dovuto decolonizzare. Come in Matrix, a un certo punto si vede la realtà in modo lucido e la si deve ri-elaborare con degli strumenti più consapevoli. Ringrazio molto il mio ex marito che ha aiutato questo processo aprendomi gli occhi sul razzismo e da lì ho trovato tantissime assonanze con il maschilismo. (Per rispondere finalmente alla tua domanda non sono d’accordo con tutte le cose che scrive la de Beauvoir, alcune appartengono a un mondo diverso da quello di oggi, più aperto a una smaterializzazione delle definizioni, penso al transfemminismo e al mondo lgbt).

G.M. Spesso i soggetti della tua ricerca vengono sviscerati, in maniera che si potrebbe definire persino “seriale”, penso ad esempio al nucleo di pitture sui bunker, sui banditi, sugli zoo.
In questo caso il numero dei ritratti dell’Isola sarà invece determinato dalla fine del libro di Simone?

S.G. Sono ancora a un ottavo del lavoro ed è una pratica disciplinata che porto avanti senza sosta un po’ come lo yoga. Quando finirà ci sarà un altro progetto, o almeno per 25 anni di carriera è stato così. Non credo nella pittura e nella scrittura come ‘misteri della creazione a immagine di dio’ anzi trovo questo sciamanesimo del pittore dell’800-900 anche molto maschilista e territoriale e non ci trovo niente di magico. Lo dico con una certa ironia. Personalmente sento la pittura come una pratica necessaria a chi la fa e forse a chi la vede.

G.M. Nel 2017 hai incontrato, a Palermo in piazza Indipendenza, un pino sradicato e con un gruppo di amici avete deciso di farlo diventare Monumento al cadere. Come racconti nell’intervista con Davide Ricco “Non è più definito dall’essere un pino marittimo decorativo. E’ un albero rotto e morto quindi probabilmente non è neanche più un albero. In inglese, che è una lingua più pratica dell’italiano, le cose che perdono la vita spesso cambiano anche nome (corpse/body, cow/beef, pig/pork). È un oggetto/spazio irrisolto per la violenza che è stata necessaria a far cadere il grande albero, per il senso di pericolo e instabilità che ha lasciato, per

la decontestualizzazione delle radici che guardano verso l’alto, per l’ombra che viene a mancare.”
L’Isola delle Femmine si può intendere come un Monumento al cadere?

S.G. Sicuramente sono parenti e condividono la stessa emozionalità concettuale. Sento molto vicina la questione etimologica. Se qualcuno nella storia non avesse trasformato il nome arabo di Fimi in Fimmine e poi Femmine, non sarebbero mai nate le leggende sulle ragazze incarcerate sull’isola. E sicuramente non sarebbe mai stato così interessante da comprare da parte di tutte le donne che lo desiderano.