5 maggio 2017 – 24 giugno 2017
a cura di Agata Polizzi
La ricerca di Concetta Modica è resa sul filo del dialogo tra presente e passato, il quale non esiste come custode del tempo ma solo in quanto somma di esperienze, sintesi di un vissuto che ha il suo senso profondo nella fragilità. Tempo che esiste solo e soltanto nel preciso istante in cui tutto accade. E’ come se guardando indietro non ci fosse più nulla, solo qualche sparuta traccia che lega tra loro le cose. Eppure, per Concetta Modica, recuperare l’intimo legame tra ciò che sta prima e ciò che sta dopo le consente di sperimentare sé stessa e anche gli altri. L’interesse per la storia diviene in lei metodo, possibilità per cercare e capire, dunque intervenire sulla realtà.
Le opere in mostra alla galleria Francesco Pantaleone arte contemporanea raccontano con estrema forza, il tentativo travagliato dell’artista che “misura” l’esistenza e cerca, non senza affanno, di plasmare una materia già esistente, con interventi ex post facto.
Ed è lì che si gioca il momento più drammatico e intenso del lavoro di Concetta Modica, poiché seppur praticabile la manipolazione delle cose, esiste un limite invalicabile, la consapevolezza dell’imponderabile che rende tutto indefinito, lascia il lavoro aperto e in qualche modo anche affidato al suo destino. In questa indeterminatezza che sfugge al controllo, s’insedia la reale possibilità che il lavoro possa diventare ancora una volta vivo, capace di riposizionarsi nella natura.
Fragile / Epico mostra lo sforzo di restituire al presente la somma di una serie di accadimenti che costituiscono il nostro vissuto. Allo stesso modo ogni manufatto è per Concetta Modica il risultato di una somma in cui “ciò che resta” si sovrappone al nuovo e prosegue il suo esistere nel tempo.
Sia il ricamo che lega insieme fili e trame che la ceramica animata dal colore, così come la scultura che sovrappone tra loro parti e materiali differenti sono lo strumento per rappresentare, l’alternanza tra l’eterno tentativo di confrontarsi con il tempo e la vana epica lotta per sottrarsi ad esso.
Lotta impari eppure, sempre e in ogni epoca, riproposta con estrema e sfrontata pretesa, quasi ribellione e mai accettazione, come drammatica affermazione di sé.
Non resta allora che una certezza: il tempo presente, quello in cui tutto accade, tutto è possibile, l’istante in cui è percepita l’appartenenza all’universo, sperimentata con i sensi, con il respiro con la percezione esatta che stiamo al mondo, qui e ora e davvero siamo parte di un continuum in cui ciascuno ha un posto preciso.
Se dovessimo fissare la cronologia del lavoro di Concetta Modica potremmo chiamare in causa l’Aoristo, il tempo gnomico e puro, che esprime la conoscenza e la consapevolezza. È nel “γνῶθι σεαυτόν” (gnòthi seautòn – conosci te stesso) che trova senso questa ricerca, nella ciclicità di un pensiero che attinge dal passato in un eterno presente, capace di rinnovarsi proprio perché indefinito, narrativo. Questa associazione, probabilmente determinista, restituisce la possibilità di accedere all’esperienza per ricontestualizzare nel presente un segno davvero originale del proprio pensiero.