di Laura Barreca
L’abbiamo visto centinaia di volte, la storia più recente è piena di immagini di fumogeni lanciati contro la folla, di soldati bardati dietro odiose armature che disperdono assembramenti di manifestanti inermi. Non troppo tempo fa, per esempio, le immagini della Primavera araba hanno fatto il giro del mondo, sono passate attraverso video, reportage televisivi, ma prima ancora attraverso le schermate sgranate dei telefoni cellulari dei ribelli, immagini a bassa risoluzione che viaggiavano veloci nella Rete, sulle pagine dei social network, poi rimbalzate sulla stampa internazionale. Una rivoluzione civile “dal basso”, esplosa in modo virale, che ha coinvolto un’enorme massa di persone calpestata da un potere, che ne ha svilito le condizioni di vita e limitato i diritti sociali. Il Nord Africa ieri, come la Spagna, la Grecia, Cipro, oggi. Questo nemico invisibile si chiama tensione sociale, ed è la condizione che riporta uno stato e la sua collettività a stagioni in cui rabbia, insoddisfazione, sconforto, scetticismo uniti alla mancanza di prospettiva e futuro, formano una combinazione pericolosa, spesso ingestibile. E’ la collera che conduce agli scontri in piazza, l’indignazione alle contestazioni in strada, è quella forma di avvilimento contro uno stato di cose a cui una comunità reagisce con violenza improvvisa. Sono i momenti che in alcuni casi anticipano le rivoluzioni, o che spingono ad attuare un cambiamento radicale.
Allenata ad interrogarsi sui rapporti tra individuo e collettività e sulle dinamiche che muovono i comportamenti sociali, anche attraverso i media, Julieta Aranda cerca di afferrare e rendere tangibile esattamente quella sensazione diffusa da cui scaturisce la tensione all’interno di una comunità, o quel malessere più intimamente esistenziale che si coglie nella società contemporanea. Le depressioni più profonde, dicono, sono il risultato di piccole, quotidiane frustrazioni, annichilimenti dell’animo che accumulandosi creano un disagio più radicato. In questa prospettiva, Julieta Aranda traduce il ruolo poetico dell’artista in un impegno etico, volto non a rappresentare mimeticamente la realtà, piuttosto ad interpretarla, suggerendo nuove, originali letture, trovando nell’astratta rarefazione del fumo l’allegoria con la quale dare forma all’idea del disagio sociale. Nasce da un’associazione ideale e quasi ironica Where There’s Smoke: l’impalpabilità del fumo, eppure la sua invadenza, per non dire delle innumerevoli frasi fatte che suggeriscono metafore di ogni tipo, a partire dal titolo di questo progetto, che nella sua interezza significa “dove c’è fumo c’è il fuoco”. Nelle tattiche militari la cortina fumogena viene utilizzata come tecnica di difesa sul campo, perché crea uno schermo impenetrabile, capace di nascondere gli spostamenti di mezzi o uomini al nemico. In senso figurato il fumo rappresenta poi la mistificazione della realtà, la capacità di alterare la psiche e la lucidità mentale con sostanze obnubilanti, che compromettono le abilità intellettive. Nella pratica artistica Julieta Aranda preferisce parlare non tanto di fatti politici in sé, ma di quel sentimento sociale che ne consegue, delle contraddizioni insite nella realtà quotidiana. Dunque non una riflessione ideologica, ma la possibilità di offrire un modello di giudizio alternativo e indipendente. In mostra riprese video low-fi registrano il fumo che nelle strade di Manhattan arriva dal sottosuolo, trasformando i tombini in immaginari regolatori della pressione della terra; la fumata bianca o nera di un’elezione papale, che riduce in cenere le votazioni segrete del conclave, tiene incollati allo schermo televisivo milioni di persone; l’alta colonna di fumo che si alza dalla bocca di un (finto) vulcano annerisce il cielo suscitando inquietudine e attesa.
Nella scelta delle immagini, Julieta Aranda sceglie in un caso di mostrare una struttura reticolare, quasi fumettistica, in cui l’evanescenza del fumo si materializza in una fitta trama, uno schermo fatto di milioni di piccoli punti multicolore Where there’s smoke (2013) Nella stessa direzione, con una scultura di gesso, l’artista riproduce fedelmente le forme arrotondate e corpose di una colonna di fumo. Queste rappresentazioni, quasi sempre frutto di rielaborazioni, rispondono ad un interesse specifico dell’artista nello svelare le dinamiche della comunicazione mediatica contemporanea, alludendo alle modalità con le quali l’opinione pubblica viene manipolata e si forma attraverso i dati che i mezzi di diffusione trasmettono. Julieta Aranda, che in passato si è interessata delle questioni relative all’identità latino-americana e al modo in cui queste sono state inculcate soprattutto per via televisiva (In search of lost time, 2011) suggerisce di andare oltre quella invisibile cortina di fumo che offusca la nostra vista e le nostre coscienze, e di utilizzare i media e le tecnologie di comunicazione affinché non siano solo mezzi di dominazione culturale, ma nuove forme collettive di pensiero critico.