Julieta Aranda

Where There's Smoke

di Laura Barreca/ by Laura Barreca


21/03/13 - 24/05/13

L’abbiamo visto centinaia di volte, la storia più recente è piena di immagini di fumogeni lanciati contro la folla, di soldati bardati dietro odiose armature che disperdono assembramenti di manifestanti inermi. Non troppo tempo fa, per esempio, le immagini della Primavera araba hanno fatto il giro del mondo, sono passate attraverso video, reportage televisivi, ma prima ancora attraverso le schermate sgranate dei telefoni cellulari dei ribelli, immagini a bassa risoluzione che viaggiavano veloci nella Rete, sulle pagine dei social network, poi rimbalzate sulla stampa internazionale. Una rivoluzione civile “dal basso”, esplosa in modo virale, che ha coinvolto un’enorme massa di persone calpestata da un potere, che ne ha svilito le condizioni di vita elimitato i diritti sociali. Il Nord Africa ieri, come la Spagna, la Grecia, Cipro, oggi. Questo nemico invisibile si chiama tensione sociale, ed è la condizione che riporta uno stato e la sua collettività a stagioni in cui rabbia,insoddisfazione, sconforto, scetticismo uniti alla mancanza di prospettiva e futuro, formano una combinazione pericolosa, spesso ingestibile. E’ la collera che conduce agli scontri in piazza, l’indignazione alle contestazioni in strada, è quella forma di avvilimento contro uno stato di cose a cui una comunità reagisce con violenza improvvisa. Sono i momenti che in alcuni casi anticipano le rivoluzioni, o che spingono ad attuare un cambiamento radicale.

Allenata ad interrogarsi sui rapporti tra individuo e collettività e sulle dinamiche che muovono i comportamenti sociali, anche attraverso i media, Julieta Aranda cerca di afferrare e rendere tangibile esattamente quella sensazione diffusa da cui scaturisce la tensione all’interno di una comunità, o quel malessere più intimamente esistenziale che si coglie nella società contemporanea. Le depressioni più profonde, dicono, sono il risultato di piccole, quotidiane frustrazioni, annichilimenti dell’animo che accumulandosi creano un disagio più radicato. In questa prospettiva, Julieta Aranda traduce il ruolo poetico dell’artista in un impegno etico, volto non a rappresentare mimeticamente la realtà, piuttosto ad interpretarla, suggerendo nuove, originali letture, trovando nell’astratta rarefazione del fumo l’allegoria con la quale dare forma all’idea del disagio sociale. Nasce da un’associazione ideale e quasi ironica Where There’s Smoke: l’impalpabilità del fumo, eppure la sua invadenza, per non dire delle innumerevoli frasi fatte che suggeriscono metafore di ogni tipo, a partire dal titolo di questo progetto, che nella sua interezza significa “dove c’è fumo c’è il fuoco”. Nelle tattiche militari la cortina fumogena viene utilizzata come tecnica di difesa sul campo, perché crea uno schermo impenetrabile, capace di nascondere gli spostamenti di mezzi o uomini al nemico. In senso figurato il fumo rappresenta poi la mistificazione della realtà, la capacità di alterare la psiche e la lucidità mentale con sostanze obnubilanti, che compromettono le abilità intellettive. Nella pratica artistica Julieta Aranda preferisce parlare non tanto di fatti politici in sé, ma di quel sentimento sociale che ne consegue, delle contraddizioni insite nella realtà quotidiana. Dunque non una riflessione ideologica, ma la possibilità di offrire un modello di giudizio alternativo e indipendente. In mostra riprese video low-fi registrano il fumo che nelle strade di Manhattan arriva dal sottosuolo, trasformando i tombini in immaginari regolatori della pressione della terra; la fumata bianca o nera di un’elezione papale, che riduce in cenere le votazioni segrete del conclave, tiene incollati allo schermo televisivo milioni di persone; l’alta colonna di fumo che si alza dalla bocca di un (finto) vulcano annerisce il cielo suscitando inquietudine e attesa.

Nella scelta delle immagini, Julieta Aranda sceglie in un caso di mostrare una struttura reticolare, quasi fumettistica, in cui l’evanescenza del fumo si materializza in una fitta trama, uno schermo fatto di milioni di piccoli punti multicolore Where there’s smoke (2013) Nella stessa direzione, con una scultura di gesso, l’artista riproduce fedelmente le forme arrotondate e corpose di una colonna di fumo. Queste rappresentazioni, quasi sempre frutto di rielaborazioni, rispondono ad un interesse specifico dell’artista nello svelare le dinamiche della comunicazione mediatica contemporanea, alludendo alle modalità con le quali l’opinione pubblica viene manipolata e si forma attraverso i dati che i mezzi di diffusione trasmettono. Julieta Aranda, che in passato si è interessata delle questioni relative all’identità latino-americana e al modo in cui queste sono state inculcate soprattutto per via televisiva (In search of lost time, 2011) suggerisce di andare oltre quella invisibile cortina di fumo che offusca la nostra vista e le nostre coscienze, e di utilizzare i media e le tecnologie di comunicazione affinché non siano solo mezzi di dominazione culturale, ma nuove forme collettive di pensiero critico.

We have seen them several times, the recent history is full of images of teargas against the crowd, of soldiers dressed up in disgusting armors scattering unarmed protesters. Not so long ago, the images of the Arab Spring have crossed the whole world through videos, tv news, but at the very beginning through low quality images taken with mobiles launched fast in the web and social networks. A bottom – up civil revolution, exploded as a virus, that has involved a crowd overwhelmed by a power that debased life conditions and limited social rights. This invisible enemy is called social tension, a condition that brings a country and its people back to seasons of rage, unsatisfaction, depression along with a lack of hopes for the future gathering together in a dangerous and unmanageable mix. It is the anger that leads to the scuffles, the indignation to the protests in the streets, that form of humiliation the community reacts to with an unexpected violence. Sometimes moments anticipate revolutions, or push to a radical change.

Julieta Aranda, used to question about the relations between person and community and the dynamics that move social behaviours, through media as well, tries to catch and make real the tension within a community, the existential discomfort of the contemporary society. The biggest depressions, they say, are the result of little, small frustrations, annihilation of the soul gathering together in a bigger discomfort. In this perspective Julieta Aranda translates the artist poetic role into an ethical engagement, aimed not to represent reality rather to interpret it, suggesting new and original keys finding in the smoke abstract rarefaction the allegory to explain the social discomfort. Where There’s Smoke comes from an ideal and ironic association: the indefinite shape of smoke, its intrusiveness, the set phrases suggesting different metaphors, starting from the title of this project, that means “wherever there is smoke, there is fire”. In the military strategies the smoke is a defence creating an unbreakable screen, able to hide movements either of vehicles or men to the enemy. In a figurative sense it represents the falsification of reality, changing the soul and mind awareness with confusing substances, compromising mind abilities. In her artworks, Julieta Aranda, prefers to explain not only political events but the consequent social feeling as well, the contradictions within the ordinary life. Not an ideological thought but a model of alternative and independent judgement. Within the exhibition low-fi footages of Manhattan roads and the smoke coming from the cement, turning the manhole cover into an imaginary pressure regulator of the earth; the black or white smoke of the Pope election, sticking to the tv set several people; the high column coming out from a fake volcano, blackening the sky with fear and concern.

Picking the images, Julieta Aranda chooses to show a web structure, a comic-like structure, where the evanescence of the smoke comes real in a thick texture, a screen made of millions of multi coloured dots. These representations answer to a demand of the artist unveiling the dynamics of communication of contemporary media, suggesting the ways how the public opinion is often manipulated through the information.

Julieta Aranda, interested also in the Latin-American identity and how it has been instilled through the television (In search of lost time, 2011), suggests to overcome the invisible shade of smoke obscuring our sight and integrity, and to use media and technology not only as means of cultural sovereignty, but also as common forms of critical thinking.