a cura di Laura Barreca
09 > 10.2005
In occasione della mostra Drawings Cabinet, Manfredi Beninati presenta per la prima volta al pubblico i Tarocchi, una raccolta di 50 carte disegnate prevalentemente a matita su carta, realizzate tra il 1999 e il 2000. Disposte secondo una sequenza narrativa stabilita dall’artista, le carte sono custodite all’interno del Drawings Cabinet, un ambiente appartato e privatissimo ispirato alle wunderkammer seicentesche (le stanze delle meraviglie). In particolare nei Tarocchi l’artista adopera un evidente riferimento letterario, ispirandosi liberamente alla struttura narrativa del Castello dei destini incrociati di Italo Calvino. Nel romanzo, diviso in brevi racconti, le relazioni e i nessi tra i personaggi e le storie nascono non tanto dall’interpretazione simbolica di ogni singolo tarocco, quanto dall’individuazione del carattere delle carte e dalle suggestioni che queste producono disposte insieme in una certa sequenza. Allo stesso modo i Tarocchi di Manfredi Beninati vanno letti e interpretati come un racconto per immagini. Di questo straordinario intreccio di suggestioni e riferimenti colti si coglie il gusto dell’artista per la narrazione, modulata attraverso una sintassi linguistica che si ripete e che collega internamente tutto il lavoro. In questo senso va anche interpretata la passione per il cinema. Cos’è in effetti il cinema se non un racconto per immagini? Scene ed ambientazioni verosimili, come i luoghi, le stanze e i paesaggi dove sono raffigurate persone realmente esistenti (l’artista, il fratello Flavio, la madre Carla) o di pura fantasia (un’ossessione ricorrente di alcuni lavori è rappresentata ad esempio dai ritratti di Antonio Ligabue).
Le tele, come i disegni o le sculture di Manfredi Beninati sono abitate da personaggi tratti il più delle volte dalle foto di famiglia, raffigurati frontalmente con lo sguardo rivolto all’esterno, quasi ad incrociare quello dello spettatore. Una luce fulgida ed abbagliante illumina tutto dal fondo, più o meno come accade quando il fascio di luce proiettato al cinema alle spalle degli spettatori trasforma ogni cosa che incontra in un’ombra. Come quinte scenografiche spesso l’artista dipinge paesaggi silvestri surreali, aurore boreali e arcobaleni dai colori acidi, costellati in superficie da piccole, luminose macchie di colore date col dripping. Al margine di molti lavori, spesso si trovano scritti i nomi delle Città Invisibili di Calvino, o alcune altre semplici iscrizioni tracciate con calligrafia incerta, come possono essere le annotazioni prese velocemente, per non dimenticarsi di un luogo o di un pensiero. Eppure, qualunque sia il livello di surrealtà o di finzione, il sentimento di coinvolgimento e l’attesa suscitati sono reali, come reale e immediato diviene il rapporto che lo spettatore instaura con la vita e la storia personale dell’artista. La raffigurazione di questi luoghi è sbiadita e a volte polverosa, così come sono alcuni ricordi ripescati nella memoria. E questi luoghi non sono altro che il nostro passato, la nostra storia, ancora meglio i “posti dell’anima”. Così come ama definirli Manfredi Beninati.