Con un testo di Davide Ferri
GALLERIA D’ARTE MODERNA
COMPLESSO MONUMENTALE DI SANT’ANNA
Via Sant’Anna, 21 – 90133 PALERMO
05 > 07.2011
Il mio incontro con il lavoro di Stefania Galegati Shines è recente, e risale a qualche mese fa. Un giorno, a Palermo, Francesco Pantaleone mi racconta le mostre passate della sua galleria usando come filo conduttore una serie di cartoline invito, ognuna con un’immagine di un’opera di un artista. Sono cose che quando arrivi a casa se va bene le riponi in fondo ad un cassetto e te ne dimentichi. Invece la sera, in albergo, mi metto a guardarle con attenzione. Le sistemo una vicina all’altra e gioco ad una specie di classifica personale. Lo scatto di Stefania Galegati Shines (un’immagine semplice, un bambino che si tuffa da una scogliera con una lieve torsione del corpo e della mano, e la bocca spalancata a metà tra un sorriso e un urlo) mi fa dimenticare della classifica (credo che quell’immagine sarebbe finita al primo posto) e ricordare di un’intervista che avevo letto qualche tempo prima: I was interested in being able to capture an instant. Like holding your breath for a moment, diceva l’artista. Quell’immagine sarebbe finita al primo posto. La ritrovo anche sull’invito alla mostra di Stefania Galegati alla Gam di Palermo, poi è idealmente il lavoro di apertura, appeso vicino all’ingresso alla prima sala. Io invece, come molti, inizio a conoscere il lavoro di Stefania Galegati dalla metà degli anni Novanta. A quei tempi lei vive a Milano e frequenta la classe di Alberto Garutti, a Brera. Stefania è tra quelli che hanno seguito il suo trasferimento di cattedra da Bologna a Milano, nel 1994. Se non lo sai, Alberto Garutti è un artista italiano che negli ultimi, diciamo, quindici anni, ha formato due/tre generazioni di artisti italiani. La classe di Garutti ha finito per diventare l’unica vera accademia in Italia. Un percorso di apprendistato verso l’arte ufficiale, per così dire… Stefania fa anche parte del gruppo di via Fiuggi, che è una delle ultime prove di vita comunitaria in una città che negli ultimi anni ha spinto gli artisti all’individualismo, più che agli scambi. A quella esperienza è sopravvissuta un’anedottica piuttosto divertente e quando incontro Stefania mi faccio raccontare di come erano le giornate in quella grande casa studio. Ci vivono artisti che hanno qualcosa in comune ma che soprattutto vanno formandosi attraverso un dialogo quotidiano. Stefania Galegati, Diego Perrone, Simone Berti, Giuseppe Gabellone, e altri, hanno determinato un clima a Milano e in Italia in quegli anni. Questo clima è difficile definirlo. Ci ha provato Luca Cerizza, che in un libro recente ha usato molto l’idea calviniana di leggerezza come filo conduttore di un racconto dell’arte di quegli anni. Vi è inoltre molto Duchamp, naturalmente, mescolato a suggestioni che arrivano da qualcosa di più italiano, come il realismo magico e la metafisica. E certe riscoperte, come Alberto Savinio, ma il Savinio scrittore, però riletto con la sensibilità di chi sta divorando i romanzi di Douglas Coupland. Alcuni dei lavori più noti di Galegati (la spada forgiata da un frammento di meteorite; il piccolo samurai in terracotta ma pericolosamente radioattivo; le immagini con i mobili di una casa di campagna su cui appare ritagliata la sagoma di un nano) nascono proprio all’interno di quel clima . Che altro dire della biografia di Stefania? Nel 2004 ha vinto il Premio New York, che è una città dove si è fermata per qualche tempo. Nel 2005 c’è stata una mostra al Macro, dove ha esposto, all’interno di una stanza appositamente ricostruita, la statua antica di un’amazzone trasportandola dai musei capitolini. È stata una mostra molto discussa e un po’ controversa. Poi, negli ultimi anni, di Galegati si sono un po’ perse le tracce. E’ un problema che in Italia riguarda i migliori artisti artisti mid career. Sappiamo tutto di loro fino a che non compiono trenta, trentacinque anni, poi quando raggiungono la maturità (e il lavoro si fa più interessante di quello degli esordi) ci sono poche istituzioni e critici che si prendono la responsabilità di seguire l’evoluzione del loro percorso. Inoltre Stefania Galegati Shines ha viaggiato molto negli ultimi anni, sarà per questo che l’hai persa di vista. Non solo negli Stati Uniti, ma anche in America Latina e in Africa. È come se i suoi viaggi, i suoi spostamenti parlassero di una spinta molto forte verso il sud del mondo. Che ha finito per entrare anche nel suo lavoro, nel senso di un calore e di un ritmo nuovo (come in certi suoi video recenti, appunti presi per caso durante quei viaggi, dove la progressione delle immagini pare essere stabilita dalla musica). C’è stato anche un breve periodo a Roma, e infine la decisione di trasferirsi a Palermo. Un amico mi ha detto una volta che a Palermo ci si va un po’ per nascondersi. Stefania qualche volta ha giocato a nascondersi, prendendo le sembianze di Scintilla Robina, una curatrice à la page e, al contempo, un po’ maldestra. Aggiungerei infine che Stefania Galegati è nata in Romagna, in un paese della bassa ravennate. D’inverno ogni sera cala la nebbia e il paesaggio attorno è una campagna assolutamente piatta e monotona. Si spiega forse così quell’attrazione di Stefania per le cose poco chiare, i fantasmi, le piccole apparizioni domestiche. Credo che questa sua origine abbia influito, e non poco, sul suo sguardo. E’ bello che nei titoli di coda di alcuni suoi video appaia un ringraziamento al comune di Bagnacavallo. In Passeggiata in paradiso i due anziani si incontrano proprio lì, in paese. Anche lo strano duello tra due enormi macchine agricole in Dove si racconta profondi sospiri e lunghi pensieri deve averlo girato da quelle parti. A casa dei suoi, a Bagnacavallo, c’è la piccola quadreria di suo padre con i dipinti di molti artisti locali. In mezzo, ma come mimetizzati, ci sono anche alcuni lavori di Stefania. Ho pensato spesso al fatto che certi suoi dipinti e disegni – con le figure rigidamente in posa, la frontalità insistita, i tratti secchi e spigolosi – mi piacciono perché hanno un carattere un po’ ruvido e naif. È lo stesso piacere che provo di fronte a certi quadri di Henri Rousseau, o di altri grandi dilettanti. L’approdo alla pittura ha lasciato perplesse molte persone. Alcuni dicono che non sa dipingere. O che quando dipinge scade in una forma di anedottica troppo spinta. Io direi che certi passaggi nel lavoro di Stefania Galegati risultano incomprensibili. Anche la mostra di Palermo sottolinea una certa incongruenza, c’è un rumore di fondo che confonde. Io la preferisco quando si affida ad intuizioni e gesti semplici. Come quando decide di trasformare in un libro la corrispondenza tra un artista e un collezionista che, inaspettatamente, diventa un dialogo amoroso. In 1001, invece, si è limitata ad appoggiare un ritratto di Garibaldi – un prestito della collezione della Gam – sul rimorchio di un Apecar, come se la dimensione del fuori, quella delle strade di Palermo e della vita, facesse irruzione in uno spazio istituzionale. Lo stesso vale per l’azione che ha proposto durante l’inaugurazione: due auto truccate, con mega impianti hi-fi, emettevano musica a tutto volume nel cortile del museo. Alcuni si guardavano attorno sorpresi, altri iniziavano già a ballare. Sono gesti minimi, precisi e spiazzanti, attraverso i quali vengono rivelate le incongruenze della realtà. Poi, dietro alla leggerezza, all’apparente gioco, persino alla fragilità di certi suoi lavori c’è spesso un’idea di minaccia, di violenza che è sul punto di esplodere. La quadreria della prima sala sembra un carosello, è rumorosa come la carovana di un circo che entra in paese. Dentro puoi vederci quello che negli ultimi anni è stato il lavoro di Stefania. I bunker hanno ossessionato l’artista per molto tempo, spazi ultimi attorno a cui le persone si raccolgono come animali selvatici. Le gabbie e i recinti di animali vuoti e gli scienziati che scendono dal pullman in mezzo al nulla rimandano ad un paesaggio da fine del mondo. La serie dei banditi, i cui nomi sono legati a forme di narrazione popolare, così come le immagini dei monumenti con i gruppi in posa, parlano di una estrema sopravvivenza delle idee di monumentalità ed eroismo. Dicevi di Douglas Coupland, prima. E di una specie di narratività troppo marcata. Forse non sto facendo altro che riproporre dei cliché. Eppure, se ci pensi bene, ti accorgi che, a dispetto dell’apparente ingenuità, il suo lavoro di pittura non è altro che paesaggio e figura, la combinazione più classica che ci sia. Da quel che diciamo sembra si stia parlando di due artiste diverse… Due, e forse anche di più. Uno dei miei problemi con il lavoro di Stefania Galegati è stata, per anni, la sua identità sfuggente. Più tardi, qualche mese fa appunto, con quell’immagine del tuffo che fu come una rivelazione, ho capito che dovevo farmene una ragione. Stefania è istintiva e multiforme. Se ad esempio decide di mettersi per mesi sulle tracce del colore viola – il viola degli abiti, delle insegne, delle cose incontrate per caso – lo fa e basta. Credo che molto del suo lavoro recente abbia a che fare con questa idea di “catturare l’istante”. È l’altra faccia del garuttismo di maniera che ha segnato l’ambiente in cui Stefania si è formata. Il sud che entrato nel suo lavoro negli ultimi anni è una forma di disarticolazione, di estemporaneità, qualcosa al limite del grottesco che convive con la precisione degli inizi, di sempre. Ciò che risulta è l’impressione che farebbe un romanzo a quattro mani scritto, che so, da agota kristof e william faulkner. Del resto molti suoi lavori, l’hai detto anche tu, si reggono sugli opposti, sulle dissonanze. Nella mostra alla Gam certe insistenze si rincorrono di lavoro in lavoro, ricombinate ogni volta in maniera diversa. In Passeggiata in paradiso il tema dell’eroismo si scioglie in una scena d’amore tra un’anziana e un’ex partigiano. Sono eroici e vagamenti sensuali anche i volti di Pirates, una nuova serie di lavori in cui alcuni pirati somali, figure tratte dalle poche fotografie reperibili su internet, sono dipinti su tessuti a righe usati per le tende da esterno. Con quella stoffa, a Palermo, si rivestono anche i balconi perché i passanti non vedano da sotto le gambe delle signore.