Loading... Loading...

Adalberto Abbate – Erziehungs – Entwicklungsprozess

11.2007

L’ultima cucchiaiata sarà fatale. Le letterine di pasta che -casualmente, miracolosamente- hanno formato nel piatto la scritta Erziehungs-Entwicklungsprozess (“processo educativo evolutivo”) stanno per essere fagocitate dal giovane commensale, ignaro del sortilegio verbal-gastronomico. Lo scatto di Adalberto Abbate (Palermo, 1975) blocca la scena un attimo prima che la pietanza venga spazzolata via. Aguzzare la vista, quindi, per non mancare il dettaglio nascosto. Nella brodaglia da cui è emersa la misteriosa frase si scorge un piccolo segno, mimetizzato ma distinguibile: una microsvastica di pastina, confusa tra le lettere e il prezzemolo. Ed eccola l’ironia tagliente del bravo artista palermitano che, da anni, nutre per le icone del contemporaneo una gioiosa ossessione, ben rappresentata dallo storico ciclo in progress Tomato Therapy, come dalla controversa serie sulle svastiche, appunto. La serie dello scandalo, mai esposta fino ad oggi.
Nel 2003, per colpa di quelle svastiche, Abbate si beccò una clamorosa censura da parte del Genio di Palermo, manifestazione dedicata agli artisti siciliani emergenti. Selezionato, si vide poi contestare il lavoro con l’accusa di inneggio al nazismo. Scoppiò il caso, inevitabilmente, e all’artista diede più lustro l’opera cancellata di quella poi realmente presentata. Ci sono voluti quattro anni per poter vedere in mostra una buona selezione delle foto incriminate. I soggetti? Dissacranti, buffi, crudeli, giocosi, tutt’altro che inneggianti. Situazioni del quotidiano in cui l’oscuro simbolo viene calato a sorpresa, diventando altro da sé, tradendosi, schernendosi. Una sfiziosa torta rosa shocking, due erotici copri-capezzolo di scotch nero, la medaglietta che penzola dal collare di un cane, il bollino incollato su due banane: la forma della svastica, divenuta cliché vuoto ed insensato, contagia gli oggetti, si infiltra in contesti disparati e disturba le (cattive) coscienze. E non poteva mancare la nonnina che tira fuori dal forno un vassoio di svastiche-biscotto, scena giudicata di cattivo gusto per la sottile allusione agli inceneritori dei lager nazisti. Scomodi anche i finti giocatori di calcio -maglietta e pantaloncini neri, posizione classica da foto di squadra- che sul petto ostentano, placidi, una bella svasticona bianca. Il mito fascista del supereroe atletico, unito al ricordo di sadici squadroni militari, si sgretola nell’immagine innocua di questi cinque soggetti affatto muscolosi e per nulla minacciosi, divisa a parte….

Helga Marsala (www.exibart.com)