
reflex.
Adriano La Licata
testo di Littleton Odom
Il poeta dissolve una parte di sé nell’oscurità della terra fertile, quando immagina. Una nuova genesi, qualcosa a metà tra oracolo e mago; cos’è l’illusione? cos’è il contatto con altri mondi? È possibile andare oltre scorci fugaci attraverso i buchi della serratura, o questi piccoli spiragli sono sufficienti per orientarsi nell’ignoto? A volte, basta un tenue riflesso di luce per continuare ad avanzare nell’oscurità. In reflex., La Licata torna a confrontarsi con lo specchio e ci invita a fare altrettanto. Quando lo sguardo si rivolge verso di sé, ai margini, si apre un vuoto.
In un certo senso, reflex. si muove sul confine tra automatismo e coscienza, tra un oggetto e il suo nome. Esiste sempre un piccolo scarto tra l’immagine e ciò che essa rappresenta. L’otturatore fotografico racchiude in sé questo paradosso. L’immagine, perché possa formarsi, deve prima essere deviata. Lo specchio all’interno del corpo macchina permette allo sguardo di passare attraverso l’obiettivo; al momento dello scatto, però, si solleva, interrompendo per un istante quella stessa visione. Affinché l’immagine venga impressa, per una frazione di secondo, chi guarda deve smettere di vedere. Il riflesso si configura così come una soglia. Dentro e fuori cessano di essere termini opposti per rivelarsi come due direzioni di uno stesso movimento. Si crea un intervallo minimo, quasi impercettibile, in cui gesto, tecnica e istinto sembrano coincidere. La fotografia, allora, si emancipa dalla funzione documentaria per farsi metafora. Mettere a fuoco, imprimere, esporre, invertire, sviluppare, riflettere: termini tecnici che evocano altrettante operazioni della psiche. Riflettere significa restituire un’immagine, ma anche interrogare il pensiero. L’esposizione riguarda tanto la luce quanto il corpo. Forse anche il sogno abita questo stesso territorio: una dimensione in cui il controllo si allenta, le associazioni si sottraggono alla linearità e ciò che abitualmente rimane separato trova la possibilità di avvicinarsi. Questa prossimità, ma anche questa distanza, diventa campo di ricerca.
Il fisico David Bohm ha dato un nome a questi livelli della realtà. Il primo è l’ordine esplicato, il mondo così come lo percepiamo quotidianamente. Oggetti distinti, corpi separati, spazio, tempo, elementi che si «dispiegano», l’uno accanto all’altro. Ha denominato il secondo, invece, ordine implicato: la realtà sottostante in cui tutto è «ripiegato» insieme, intrecciato in un’unica totalità sconfinata. Secondo Bohm, ciò che percepiamo come distinto è il manifestarsi dell’ordine implicato, che si dispiega davanti a noi istante dopo istante. L’esistenza si perpetua continuamente, da un istante all’altro, e la comprensione di essa emerge per strati o per caso, nel corso dei secoli oppure in un solo istante, del tutto inaspettatamente. I buddhisti Zen si riferiscono all’incarnazione di questa consapevolezza come a «la porta senza porta».
Se ogni immagine è, in qualche modo, un ritorno, ciò che riaffiora non coincide mai del tutto con ciò che è stato visto. Tra il mondo e la sua rappresentazione esiste sempre uno scarto: minimo, ma sufficiente a generare un’altra realtà. In questo contesto, fotografia, video e scultura trasformano azioni effimere, ricordi e presenze in forme fisiche e spaziali, aprendo soglie tra presenza e assenza, realtà e immaginazione, controllo e casualità, ironia e dramma. Lo sguardo si rivela così al tempo stesso meccanismo, abitudine, riflesso e costruzione, ma anche un vocabolario attraverso cui interrogare la percezione, la memoria, il corpo e la coscienza. È proprio all’interno di questo scarto che la mostra prende forma: in quel momento in cui ciò che ci è familiare si incrina quel tanto che basta da costringerci a guardare di nuovo.
Figlio di un attore teatrale, l’artista mette in scena un rituale di auto-rivelazione. Come in un atto di canalizzazione, abita un palcoscenico vuoto, come nel teatro Nō. Privo di maschera, assume il ruolo di un monaco o di un pellegrino, offrendo in risposta soltanto domande, mentre intravede sé stesso nel vuoto e ci restituisce una visione riflessa.
Nella sua poesia III. Mysteries of the Future[1], Robert Pinsky scrive:
«The sense that everything we make is mortal,
Or part of some continuing epitaph.
Our very sentences are like a cloth,
Cut shimmering from the conventions of the dead–
Hung sometimes to flutter from a spar or gallant,
Nudged forward like the paper boats of candy
Launched for the gods downstream, in the future.»
[1] Pinsky, Robert. “III. Mysteries of the Future.” The Figured Wheel, First ed., Farrar, Straus and Giroux, 1996.