10.2009 > 11.2009
I suoi piccoli ritratti su tavola sono stati più volte accostati alle tradizionali icone religiose. Quasi una provocazione, in apparenza. Dal glamour al misticismo ce ne corre, e il lavoro di Andrew Mania (Bristol, 1974) strizza l’occhio volentieri al luccichio di un mondo erotizzato, edonistico e narcisista. Ma c’è del vero, nell’ardito nesso.
I temi della superficie iconica, della reliquia e dello sguardo contemplativo sembrano in qualche modo ossessionare l’artista, che per la sua prima personale italiana non fa che rimarcare il gioco, già a partire dal titolo: The unholy innocents evoca l’innocenza dello sguardo che spia e anela al bello, nel dialogo irrisolto tra peccato e santità, concupiscenza e distacco. Gli innocenti non-santi di Andrew sono ragazzi pettinati alla moda, languidi, appena sorridenti o malinconici, collocati in quella zona opaca dell’immagine che incrocia presenza e assenza, identità e neutralità, caratterizzazione sentimentale ed evidenza della cosa.
Sono pitture descrittive, dal sapore un poco pop, tratteggiate con realistica cura; eppure, non le si identifica: volti anonimi, senza racconto, che incidono sfondi floreali o neutri. Spesso inseriti all’interno di piccole installazioni a parete, i dipinti si integrano con materiali di recupero e cimeli del passato, offrendosi allo sguardo come ambigui oggetti devozionali.
Stessa anomala sospensione nelle fotografie in bianco e nero, ritratti di giovani uomini effeminati che abitano una dimensione del bello autistica, immateriale, muta. È qui, in questa immediatezza illustrativa e insieme indefinita, che si rafforza la controversa corrispondenza con l’icona, esemplare punto di incontro tra rappresentazione ed astrazione.
E poi, il feticcio. Che siano immagini inossidabili di memorie familiari oppure oggetti d’ogni sorta archiviati con attitudine decadente, i suoi feticci del quotidiano fungono da materia prima per una retro-narrazione intima e insieme universale. A Palermo l’artista rovista tra mercati e negozi dell’usato, dove recupera specchi, stoffe, collane, cornici, chincaglierie, scampoli di cuoio. Il tutto viene assemblato con semplici puntine da disegno, per dar vita ad altarini o siparietti in cui messa in scena del profano e venerazione dell’oggetto-reliquia sembrano convivere a dovere. Gusto minimal e amore per l’accumulazione, dettaglio raffinato e accento dimesso, sensualità e freddezza determinano efficaci equilibri.
Un po’ dandy, un po’ omosex, l’estetica combinatoria di Andrew Mania consacra agli specchi il progetto palermitano: usato di volta in volta come puro ready made o come componente strutturale di architetture povere e precarie, ibridato con foto e ricami o trasformato in foglio da disegno, lo specchio assolve a più funzioni: allarga il campo dell’immagine, precipita lo spettatore nello spazio dei corpi ritratti, moltiplica il reale offrendo all’occhio aperture e interruzioni.
Rimirarsi, spiarsi, sdoppiarsi e non riconoscersi. In una parola: scoprirsi immagine tra le immagini, ennesima icona innocente e non sacra.
Helga Marsala (pubblicato su www.exibart.com il 17/11/2008)