testo/text Daniela Bigi
06 > 09.2006
Una risata sfacciata e una lunga pernacchia accolgono chi raggiunge la galleria, risuonando ironico-tragiche nello scalone monumentale del palazzo di Piazza Garraffello. N’OI, di Nardi_Scopetta, è un intervento che se da una parte vuole essere un omaggio al D’io del conterraneo, gigantesco, Gino De Dominicis, dall¹altra, nell’ “oi”, rimanda alla produzione musicale punk, alle esclamazioni più volte ripetute dai Ramones, per esempio. E poi, il noi, rispetto all’io (dio), ci dà immediatamente le coordinate di una posizione (e di una pratica) assunta sì da decenni, riproposta sì con forza da almeno un quindicennio, ma oggi sempre più urgente tra i giovanissimi.
Un intervento, n’OI, che potremmo utilizzare per sintetizzare il fare dei due giovani marchigiani, mossi da una naturale inclinazione al disturbo e da una altrettanto naturale istanza di “classicità”. Già, perché sentendoli parlare, emerge spesso la loro convinzione, provocatoria ma poi non troppo, di essere degli scultori e di muoversi secondo un criterio di semplicità, di poesia, di essenzialità, di armonia. Dentro uno scenario che non è quello della Grecia di Pericle, certo, bensì quello lacerato ma edonista dell’inizio del terzo millennio, uno scenario entro il quale qualsiasi aspirazione alla classicità, così come alla scultura, impone una rifondazione, una riparametrazione.
anno presentato delle sculture viventi in vaso in una piazza di Macerata; hanno proposto della ginnastica per artisti davanti all’Accademia di belle arti; hanno fatto camminare all’indietro e in salita per le vie della città una lunga fila di extracomunitari; hanno realizzato un grande agglomerato oggettuale su ruote una complessa, luminosa, sonora macchina fantastica utilizzando i materiali più cari e quelli meno cari del proprio habitat quotidiano; hanno fatto spedizioni cittadine clandestine (Ho fame, ho sete, ho sonno) scaricando da un furgone un ingombrante sacco nero dell’immondizia (Nardi), uno scatolone di cartone (Scopetta), un piattino per l’elemosina e una radio, poi ricaricati dopo un’ora nello stesso furgone, oppure disponendo venti sacchi neri con dentro altrettante persone lungo una strada ove sfilava una banda cittadina; A Palermo, in una delle situazioni più estreme e forse vere della città, topos turistico/fotografico del capoluogo isolano, la Vucciria, hanno realizzato una zattera con un neon e hanno messo su piedistallo un punkabestia (in persona), con tanto di bestia un po’ malconcia (un dalmata da giardino taggato da crew palermitani). I due, il punk e la sua bestia, su un piedistallo e sotto un’illuminazione di tipo seicentesco che ne drammatizza l’aulica staticità, si fanno icone di un modo dell’essere, testimoni di un’appartenenza (al gruppo) e di una disappartenenza (allo standard esistenziale dei più) vissute al limite.
Nardi_Scopetta lavorano partendo da quanto hanno vicino, da ciò che sentono addosso; esprimono una disapprovazione, un disagio, ma contemporaneamente cercano la poesia nell’intorno, esperiscono il gioco nel fare, inseguono un equilibrio nel creare gomito a gomito, producendo ogni volta, in qualche modo, degli autoritratti, di tipo proiettivo, o emotivo, o narrativo, a seconda delle situazioni. Usano citare opere cardine di un certo procedere novecentesco e da lì prendono le mosse per nuove spedizioni creative, incarnando istanze generazionali ma senza rinunciare al piacere di posizioni borderline.
In questo gruppo di lavori presentati a Palermo il mix è tra la dimensione della rovina e la spinta alla sopravvivenza, tra l’incombenza tragica del degrado e la risposta fisiologicamente creativa di alcuni, tra il randagismo libertario dell’underground giovanile e il richiamo mitico al mare e all’apolidismo esistenziale.
E le esternazioni sonore nello scalone, la risata e la pernacchia roboanti, sono del punkabestia o di un eroe comico della drammaturgia greco-latina? Di un dio lucrezianamente affacciato a guardare dall’alto le affannose corse degli umani o di due giovani artisti che dialettizzano con il mondo dell’arte e i suoi rituali?
Rituali che ad oggi sembrano dire Ciancimino&Tammaro dall¹altra stanza della galleria non avendo risolto gran che della crescente serie di problemi che inficiano il vivere sociale, chiedono ancora di essere rivisti, ampliati, capovolti. La situazione che propongono è divertente e sconcertante al tempo stesso. Hanno trasformato una porzione della galleria in pizzeria tarocca con tutto il corredo d’obbligo, dal neon squallido alla pianta finta, dalla stampe con isole tropicali e tramonti sulle pareti al finto cotto in terra inscenandovi un vero e proprio karaoke strutturato su sue livelli: da una parte il repertorio usuale/professionale del karaokista invitato per l¹occasione, dall’altra una selezione di canzoni siciliane che attraversano il secolo arrivando ai più giovani rapper palermitani.
Il movente è l’assillo relazionale sul quale le due giovani artiste, una napoletana e l’altra palermitana, si interrogano da tempo, da prima di lavorare insieme, scegliendo allora il teatro la prima e la militanza politica e l’impegno nei centri sociali la seconda. Quando hanno deciso di unirsi nel lavoro si sono ritrovate, involontariamente, a dover affrontare in prima persona il problema della comprensione e dell’accettazione dell’altro, già a partire dalla differenza di identità geografico-linguistico-culturale che le riguardava. Tematizzando la propria esperienza strettamente personale, il lavoro si è andato naturalmente strutturando intorno a problematiche legate alla comunicazione, radice tra le più pervicaci di molti dei disagi collettivi.
Canta che ti passa questo il titolo dell’azione proposta nella pizzeria/galleria è innanzitutto un gioco, che si fa occasione di superamento di barriere, fotografia di risposte interpersonali, rischio, progetto. Si fa spaccato di una realtà ma contemporaneamente metafora progettuale. La consapevolezza della centralità della problematica comunicativa nel quotidiano, non solo di superficie ma anche intimo, di ciascuno è il primo passo per prefigurare scenari di convivenza più accettabili, e l’arte non può esimersi dal prendere una posizione rispetto a urgenze sociali di tale portata. Più che teorizzare bisogna agire, e così il cantare diventa occasione elementare di incontro, liberatoria, ludica, così come l’azione proposta in un supermercato Coop di Palermo in occasione della scorsa edizione del Genio (Lezioni di napoletano ca’ pummarola n’Coop) era stata un’opportunità spassosa per una riflessione sui dialetti, sulla lingua, momento principe del relazionarsi al corpo sociale. Alla base vi era l’idea che il napoletano potesse essere proposto come lingua pilota per una “visita guidata” in un supermercato: quattro hostess con postazione e divisa all’ingresso della Coop distribuivano alla clientela walkman con auricolari da ascoltare come “guida all¹acquisto”. Il testo consisteva in un dialogo in madrelingua tra un uomo ed una donna sui cibi transgenici, in un esercizio “ascolta e ripeti” e in una canzone di Carosone da canticchiare.
Il discorso sulla lingua si intrecciava alla riflessione critica su cosa mangiamo, ma anche su cosa e come acquistiamo, rispondendo ad operazioni di induzione commerciale, e poi su quanta consapevolezza abbiamo della nostra cultura culinaria, della nostra tradizione, della nostra identità. Ciò che contraddistingue la prassi di Ciancimino&Tammaro è proprio l’intreccio ilare, giocoso e al tempo stesso militante di diversi piani di discorso: se partono sempre, infatti, dalla progettazione di azioni ai limiti del paradosso, spesso addirittura comiche, dove il coinvolgimento del pubblico è elemento primario, il movente è sempre la costruzione di una situazione sperimentale di analisi e verifica di comportamenti automatizzati, la messa in discussione di meccanismi perversi, l’invito alla consapevolezza, lo scavo sull’identità (il repertorio proposto dal karaokista ricostruisce il percorso musicale/culturale popolare siciliano di diversi decenni).
Cantando all’interno di un karaoke o giocando con i dialetti si può, anche se per un lasso di tempo limitato, immaginare un annullamento delle differenze, esperire una comunicazione basic, anello primo della catena di senso dello stare al mondo, del vivere.
Ciancimino&Tammaro
Gabriella Ciancimino, Palermo 25-05-1978
Annamaria Tammaro, Caserta 03-08-1977
Vivono e lavorano a Palermo
nardi_scopetta
Andrea Scopetta, Macerata il 09/07/1977
Franco Nardi, Corridonia il 20/04/1974
Vivono e lavorano tra Macerata e Firenze