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Ignazio Mortellaro – Siamo due abissi – un pozzo che fissa il cielo

19 dicembre – 17 febbraio 2018

curated by Agata Polizzi

Non plus ultra

«Considerate la vostra semenza: fatti non foste
a viver come bruti
ma per inseguire virtute e conoscenza».
Dante Alighieri, Divina Commedia,
Inferno, XXVI Canto

Il sentimento umano di superamento del limite, il profondo e struggente desiderio di accedere alla conoscenza e alla padronanza di ciò che sfugge al controllo è, da sempre, fonte dell’umana ambizione tesa al Supremo, al mistero dell’ignoto, al proibito e allo “sconfinamento”; ed è in questo ambito, sospeso tra scienza ed esoterismo, che Ignazio Mortellaro, artista e uomo di scienze, esploratore contemporaneo di mondi complessi, prova a interpretare i dati del reale.

Nella sua ricerca sono presenti molteplici livelli di coinvolgimento sia cognitivo che sensoriale, coesistono il rigore del calcolo matematico e al contempo le soluzioni alchemiche di ciò che è in perenne divenire.
Attrae oltremodo la doppia natura del lavoro di Mortellaro, poiché lo sguardo consapevole e mai pago dell’artista sul mondo, induce a cercare ragioni che sono vere e ambigue, sono tangibili eppure rarefatte, sono le “tracce fisiche di processi mentali”. Nella bellezza del “processo” come metodo, risiede forse la matrice di una narrazione circolare, un lavoro di scarto tra possibilità e necessità, tra pensiero e manifestazione.

Il progetto espositivo Siamo due abissi – un pozzo che fissa il Cielo restituisce più livelli ipertestuali, propone sguardi che penetrano l’arte e la scienza, danno corpo ad una visione dinamica per descrivere paesaggi e contesti come fossero esperienze “in transito”. Due le serie di opere in mostra e con loro un’installazione che ha in sé un significato circolare e complesso.
La serie Land nella corporeità delle lastre di ferro ossidate, lievemente increspate e terrose, collazionate tra loro e rilegate con cura come sindoni di terre lontane, mostra le tracce di luoghi testimoni di storie, terre conosciute e insieme immaginate. Mappe di luoghi dove s’incontrano paesaggi fisici e concettuali, dove l’artificio ridefinisce spazi e pensieri, dove idea e materia sono pervase l’una dell’altra.
È condensato proprio nel concetto di Finis Terrae il senso di un sapere scientifico e insieme fantastico, in cui realtà e ultra-realtà si fondono in quello che si potrebbe definire una ricerca dello spazio “intorno al limite”.
Nella tradizione occidentale la linea di demarcazione tra noto e ignoto, tra il mondo conosciuto e terre inesplorate era rappresentata dalle colonne d’Ercole, dove il Mar Mediterraneo incontrava l’oceano Atlantico, un tempo epicentro del mondo greco insieme all’area del Mar Nero.
Spostando il ragionamento sul piano geopolitico, i nuovi confini sono adesso al centro di una cronaca contemporanea intensa, molto spesso drammatica, che l’artista non può e vuole ignorare. Sono mutate le ragioni, le dinamiche sociali ed economiche, ma resta lo stesso il sottile confine al quale si affidano i destini collettivi e culturali di popoli fratelli.

Nella serie di opere Mindscapes avviene uno scarto di senso ulteriore, esse sono un collage di immagini tecniche d’archivio, progetti relativi ad infrastrutture e cantieri, documenti sottratti al reale e rimontati seguendo uno schema di ribaltamento e cucitura, che produce immagini inedite e surreali, una sorta di “nuovi mondi potenziali” nati dalla manipolazione consapevole dei dati in possesso dell’artista. C’è in questi lavori l’inattesa anticipazione capace di interpretare lo spazio a partire da punti di osservazione non scontati, un azzardo che però ha in sé la genialità della creazione ex-novo, lo spaesamento che induce a riconsiderare i parametri con cui misuriamo il mondo, costringe ad affinare i sensi, per calibrarli alla nuova realtà in atto.

L’installazione Infinity of Infinities traspone in materia la visione dell’artista rispetto alle differenti combinazioni possibili negli infiniti universi che ci circondano. Noi stessi ne siamo proiezione, perché noi stessi siamo degli infiniti. L’installazone di Mortellaro mostra la quiete della linea di orizzonte posta in piano, solo appena mossa da pianeti – boule petanque, sembra bloccare il fluire di conoscenza, come inchiodata al suolo, attratta da un magnetismo che riporta l’uomo a fare i conti con il suo essere “finito” e intimamente legato alla Terra. In realtà la pausa è solo momentanea e illusoria, la calma coglie l’attimo appena prima che la sfera torni a girare, e con essa mutino, ancora una volta, i confini, gli sguardi, i desideri, spostando oltre il limite di un anelito rivolto verso l’irraggiungibile non plus ultra.

Il confronto infinito e unitario tra “uomo e natura” è polarizzato da un pensiero che nelle sue evoluzioni conduce all’Armonia, mutuando dalla teoria filosofica di Friedrich Schelling, l’artista è così mediatore tra infinito e finito, suo il compito di tradurre il linguaggio dell’Universo attraverso la sua personale esperienza terrena.