a cura di/curated by Francesca Pasini
12.2007 > 01.2008
Nelle sue performance Marcello Maloberti mette in scena una forma di affettività molto particolare, riguarda il luogo e il coinvolgimento di chi si trova lì. Gli interessano soprattutto i gesti, le espressioni di chi partecipa all’work in progress della costruzione visiva. Davanti alle sue foto non descrive l’immagine, racconta, invece, sempre, quello che succedeva: si intenerisce ricordando un particolare, si entusiasma per la prontezza con la quale altri prendevano possesso della sua idea. Come se la sua funzione fosse di nascondersi dietro le quinte, di osservare da lontano e di reagire sincronicamente allo stupore di chi assiste e usa i suoi oggetti performativi.
Con la performance Marcello cattura l’energia creatrice anonima come un dono che ogni volta attende con ansia. Mentre le foto sintetizzano la scelta compositiva, in equilibrio tra ciò che è realmente successo e ciò che lui estrapola. Sono immagini che mantengono una sospensione, guardandole ognuno immagina la realtà irripetibile che le ha prodotte, ma non ritraggono la mobilità, anzi, sono incise, nette, come se solo la precisione potesse trattenere l’enigma dello scambio tra Marcello che immagina l’evento e chi lo realizza. E’ l’enigma tra la percezione diffusa e la previsione di una forma che sta sempre alla base dell’opera d’arte, solo che Marcello, pervicacemente, non vuole dimenticare la spontaneità dell’intuizione altrui e così, trattenendo nelle sue foto una maglia mancante, ci avverte che il nucleo germinale delle sue fotografie non è mai del tutto descrivibile.
Nel ciclo di performance “Circus”, è particolarmente forte il duplice rapporto tra la realtà viva, imprendibile di chi entra nella tenda di specchietti, gioca e balla, e le immagini che si fissano nella fotografia. Con grande entusiasmo mi ha raccontato come è andata a Palermo. “Una festa che ha coinvolto tutti gli abitanti. La tenda di specchi, la musica, le macchine con le luci pulsanti sembravano appartenere a quella piazza. Sono venuti tutti, proprio tutti. Alcuni sono entrati nella fontana, per rinfrescarsi. Mi è piaciuta molto la spontaneità con la quale hanno invaso questa piazza bellissima nella sua rovina, nella sua tensione e nella sua eccezionale architettura, una specie di anfiteatro dove le luci, la musica e i riflessi degli specchi si inserivano naturalmente”.
Le foto amalgamano volti, pose imprevedibili, lame di luce in un paesaggio che sta tra Caravaggio e Rossellini. Il giorno dell’inaugurazione il video di quella appassionata partecipazione sarà una dedica agli abitanti con cui Marcello ha scambiato, energia, sorpresa, gioia dentro e fuori la sua scultura relazionale.
Come nelle altre edizioni di “Circus”, quello che Marcello voleva suscitare era la partecipazione collettiva, e rappresentarla in modo non didascalico. Sono uscite fotografie che sembrano fermi immagine di un film di una notte estiva, interpretato dalle luci e dai loro riflessi, dove l’arte è l’ospite che invita a bere, ballare e cantare a cielo aperto. Tra video e foto si crea una specie di lanterna magica, che ripropone l’affetto per il neorealismo del cinema italiano. La lanterna magica della partecipazione ha illuminato il rapporto tra arte, cinema e vita: il dono che Marcello aspettava con ansia.