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PER NASO E PER DONO

Vedere è sentire, sentire è vedere. Qualcuno prima o poi dovrebbe scrivere un trattato di
anatomia e fisiologia delle artiste, mappare il loro corpo, analizzare come funzionano le loro
elaborazioni dei sentimenti. Perché le artiste hanno organi speciali e dislocati in maniera
diversa. Il cuore è dappertutto e l’intelligenza ha l’utilità dell’appendice, gli occhi si utilizzano
per vedere quello che non c’è e il naso è un “ultra-fiuto”, è il respiro che mette in relazione il
mondo di fuori con la vita interiore. Le orecchie osservano il tempo passato, nella memoria
scandagliano il futuro.
Per naso e per dono è il colloquio visionario tra due artiste, Letizia Battaglia e Stefania
Galegati che, diverse e distanti, si sono incontrate nel racconto di una città, Palermo,
racconto che diventa il dispositivo attraverso il quale guardare il mondo intercettando sempre
il senso assurdo della vita. Anche nella morte.
Letizia Battaglia con le sue fotografie è monumentale, le donne, le bambine, i bambini, gli
uomini nei suoi scatti in mostra sono personaggi di un grande romanzo che riesce a esprimere
lo spirito di un tempo, della Storia, incarnandolo nei gesti individuali, nel microscopico delle
vite quotidiane. Lì dove i soggetti degli scatti ridono si sente la risata della fotografa, una risata
nonostante tutto, la decisione ferma e politica di portare il fragore della vita in ogni
circostanza, anche la più inquietante. Il buio della povertà deve fare i conti con il candore
irriverente del culetto di un bimbo, la ricchezza si scioglie nell’esagerazione di un’aristocrazia
che si sta cancellando ballo dopo ballo, abbracci e baci non consacrano la relazione alla
coppia, ma si aprono sempre a una terza (molteplice) possibilità, la sensualità del femminile
è tutta una questione di testa, di intensità dello sguardo, di coraggio. Scatti in bianco e nero
che rivelano l’intenzione della fotografa di guardare il suo tempo dal futuro.
Stefania Galegati non è una fotografa per definizione, fin qui ha utilizzato le fotografie a
supporto della sua arte ed è per questa libertà da un’intenzione finale che le sue foto a colori
hanno la potenza di sprigionare significati nascosti.
Ha tutto a che fare con la sua capacità di vedere e sentire. Di intercettare dove e come la vita
parla grazie alle antenne dell’artista che la scova ovunque.
Il filo irragionevole della vita si dipana nel mondo e a volte scrive Coca-Cola, infestante e
rassicurante presenza come Gesù come Che Guevara come Maradona, altre volte è un
gigantesco corsivo che urla “BONJOUR TRISTESSE”, altre ancora “Non sputare sul pavimento”
e altre ancora è un invito a pregare. Per “scegliere l’essenziale”.
Che sia un cimitero dove Orsola Pace “giace finalmente in pace” o tra un campo di calcio
improvvisato nel nulla, tra le strade dell’Africa colorata, le fotografie di Stefania Galegati
arrivano come una banda di percussionisti a scacciare paure e dolori. C’è un’elettrizzante
ironia che scaturisce dal doloroso approfondimento di ciò che manca, che è assenza,
dispersione.
Per naso è un invito a seguire il naso e con il naso guardare, così come fa Galegati che
trasforma l’assenza in forma, ma è anche la leggerezza di un lasciarsi prendere per il naso,
senza temere lo scherno, fino ad arrivare faccia a faccia con i nasi mozzati delle statue di Villa
Giulia.
Le immagino incontrarsi lì, Letizia e Stefania: Due donne di pietra (Battaglia, 1979). La donna
che accarezza e consola la statua senza naso scattata da Letizia Battaglia per me è il ritratto
più autentico dell’impulso creativo di Stefania Galegati. Il gesto della donna catturato da
Battaglia, quell’allungare la mano sul petto della statua, fa sì che la pietra diventi umana. Ed
ecco che si materializza il perdono, che è sempre un atto di generosità che si fa “per dono”.
Un cortocircuito dove la violenza di un affronto, lo sfregio, il gesto vandalico vengono
sublimate in un’azione benevola di cura. Di cura dello sguardo. Ciò che non c’è fa spazio a ciò
che potrebbe esserci. Si incontrano Letizia e Stefania in una visione artistica e politica che
non smette di porre rimedio a ciò con non c’è. Le foto di Letizia così come quelle di Galegati, i
suoi video, le sue opere sono tutte una restituzione di vita.
Si incontrano Letizia e Stefania, sull’apecar del Pride dove è Galegati a ritrarre Battaglia,
indimenticabile madrina dell’edizione 2018. Colore e solennità.
Palermo, vissuta come paradigma politico, è lo spazio narrativo dove si esplicita il colloquio
complice, e tuttavia postumo, tra Letizia Battaglia e Stefania Galegati, un gioco di rimandi che
impone il sorriso come filo conduttore, un sorriso che deve fare rumore per ridestare
dall’indifferenza, dalla pigrizia dei sensi.
Galegati fotografa l’impronta di una pallonata su un portone di Palermo. L’impronta della palla
come il naso mozzato è la testimonianza di qualcosa che è accaduto, la prova che ciò che
non si vede esiste in un altro tempo. Guardando con le orecchie si sente il rumore della
pallonata che colpisce il portone. Questo scatto di Galegati a distanza di anni dall’iconica
foto di Letizia Battaglia, La bambina col pallone, riesce a testimoniare che a Palermo i
bambini continuano a giocare per strada.
E che il colloquio tra Letizia e Stefania è ancora in corso.