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Stefania Galeati Shines

a cura di Laura Barreca

10.2007

Intorno alla metà degli anni Novanta Milano era la città di riferimento per l’arte contemporanea italiana, l’anello di congiunzione con le capitali economiche europee e il simbolo dell’Italia produttiva. Erano gli anni delle ansie da fine millennio, ma anche delle speranze per il nuovo che arrivava dalla Rete, dalla globalizzazione e dalla tecnologia. Che si, forse Internet avrebbe offerto la possibilità di una nuova esistenza, se non migliore, quantomeno diversa. In quegli anni le aspettative si confondevano con i desideri, soprattutto dei più giovani, quindi non è difficile immaginare cosa pensasse un gruppo di squattrinati studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, allorquando, concluso il corso di studi in Belle Arti, si preparavano ad avere la città tutta per loro. A questo punto la storia non tradisce le attese dei Nostri, e dopo qualche anno di gavetta, ma anche di porte che si aprivano più velocemente del previsto, tra gli altri protagonisti di quei ruggenti anni Novanta Stefania Galegati, Simone Berti, Sarah Ciracì, Giuseppe Gabellone, Diego Perrone, Deborah Ligorio muovevano i primi passi nella città meneghina. “Vivevamo in via Fiuggi, -racconta Stefania Galegati- che era sia casa che studio. I galleristi, i critici, i curatori venivano a trovarci, gli offrivamo il caffé e parlavamo di arte e dei nostri lavori. Non eravamo un vero e proprio gruppo. Dividevamo quello spazio e lavoravamo autonomamente. Per tre anni siamo cresciuti insieme”.

In effetti, quella esperienza (1994-1997) se la ricordano in molti a Milano, perché, alle soglie del nuovo millennio, dallo scantinato di via Fiuggi uscirono alcuni degli artisti più interessanti della generazione italiana contemporanea. Nel 1994 la mostra collettiva nello spazio di viafarini a Milano li riuniva per la prima volta. In un articolo pubblicato sulla rivista Flash Art li definirono la “Next Generation” dell’arte italiana. Da allora in poi le strade si sono divise e ognuno di loro ha continuato a lavorare con la stessa vena dissacrante e poetica degli inizi. Il senso delle opere dell’artista romagnola Stefania Galegati suggerisce ancora oggi l’eco di quella formazione squisitamente concettuale instillata durante le lezioni di Alberto Garutti nelle ore del Corso di Pittura. Nel 1996, alla sua prima personale nella galleria NewSantandrea di Francesca Pennone a Savona, Stefania Galegati esponeva una serie di foto in cui l’artista, col corpo totalmente dipinto, si mimetizzava nello spazio reale, e degli oggetti ricreati come l’immagine distorta di una foto al grandangolo. Da qui in poi l’artista ha esposto in mostre personali e collettive un po’ dappertutto, in Europa, poi negli Stati Uniti, nel 2003, dove vince la borsa di studio annuale del PS1 Studio Program di New York, occasione offerta solo a pochi artisti italiani, prima di essere definitivamente sospesa qualche anno fa. Fin dagli esordi il tono dei lavori della Galegati è sempre stato in bilico tra una visione beffarda e una cruda lucidità sul presente. Anche l’uso di mezzi sempre diversi, dalla fotografia all’installazione ambientale, dal video alla scultura, denota una totale autonomia linguistica che le ha permesso, insieme ad alcuni degli artisti della sua generazione, di affrancarsi dalle esperienze dei padri della Trasavanguardia e dell’Arte Povera, ritenuti fino ad allora gli unici movimenti italiani in grado di competere a livello internazionale. Negli anni Novanta il desiderio di rivalersi sulla materia, a favore di una costruzione concettuale si percepisce nella assoluta libertà della produzione artistica, nella sarcastica creatività, nello sguardo distaccato e scientifico che guarda la realtà come farebbe un etnografo attraverso la lente del microscopio.

Il lavoro di Stefania Galegati è legato all’osservazione del quotidiano, alla messa in scena, spesso ironica, dei riti di massa, delle categorie e delle forme di omologazione collettiva, una ragnatela invisibile di comportamenti, atteggiamenti, gesti entro cui la società pare essere intrappolata. L’obiettivo della macchina fotografica e della telecamera dell’artista archivia centinaia di immagini, estrapolandole dalla vita di ogni giorno, ma anche da situazioni particolari: frammenti provenienti da ogni dove, legati a differenti situazioni, eventi mondani o privati, sovrapposti gli uni agli altri, restituiscono l’idea di un mondo senza confini, regolato da attività che scandiscono la vita reale, rendendo ogni individuo simile all’altro. Stefania Galegati ci parla di tanti microcosmi “globalizzati”, ognuno dei quali è dipinto come un carosello colorato, ritmato dalla melodia di un tango o da una traccia di musica elettronica. Il lavoro che l’artista ha prodotto attraverso una costante attività di registrazione quotidiana è una
documentazione quasi maniacale del presente, in cui ogni singolo fotogramma racconta una storia diversa. Per la sua prima personale a Palermo Stefania Galegati realizza un’installazione di video e di foto, in cui i due video “Implosion” (2006) e “Ora del Sud”, (2006) sono accompagnati dalla proiezione di una selezione di diapositive scattate durante gli ultimi due anni. Un’installazione fotografica composta da circa venti stampe, e allestita in una delle due sale della galleria, ricompone una visione complessa del mondo, visto attraverso gli invisibili particolari della vita di ogni giorno. Infine, il lavoro inedito di Stefania Galegati per Palermo è una serie di venti magliette rosse, parte iniziale dell’intero progetto che ne prevede 1.000 esemplari. Su di esse l’artista ha dipinto a mano l’immagine-logo di Garibaldi, eroe popolare dell’Italia unita, la cui immagine, diffusa a livello internazionale, si trova oggi in moltissime piazze e strade dell’Italia e del mondo