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Stefano Arienti – Mano d’oro

a cura di Agata Polizzi
7 luglio – 22 settembre 2016

Apologia del gesto minimo
di Agata Polizzi

“L’originalità è un finto problema (…)” inizia con questa annotazione sul quaderno che raccoglie le mie conversazioni con Stefano Arienti sul progetto siciliano “Mano d’oro”, alla Galleria Francesco Pantaleone Arte Contemporanea a Palermo, il lavoro di avvicinamento e scoperta di un artista e di un uomo, che della libertà e semplicità di pensiero ha fatto la sua ragion d’essere. Non è possibile parlare del lavoro di Arienti senza tenere a mente che la totale assenza di “snobismo culturale” è la matrice generativa della sua intera produzione.

La sua esperienza artistica è un chiaro esempio politico fatto di “gesti minimi” per dimostrare che è possibile fare arte mescolando più elementi, più immagini e oggetti derivati da ambiti culturali differenti, senza alcuna impositiva intellettuale.
Ciò che fa la differenza è la sensibilità della proposta dell’artista e ancor più, la sua capacità di trasformare in arte colta elementi della cultura popolare, semplicemente ripensandone la funzione con conseguenze, talora sovversive.

Nel 1985 Arienti in occasione della sua prima collettiva alla Brown Boveri a Milano, sceglie come atto artistico di intervenire sulla muffa delle pareti della fabbrica dismessa, circoscrivendola con gessi colorati. L’operazione è semplice ma abbastanza forte da evidenziare i segni del tempo, rendendolo immediato, tangibile e per questo crudele.
Da allora la manipolazione di soggetti di uso quotidiano per Arienti è la modalità “artigianale” per ripensare alle cose come infinitamente mutevoli, portatrici di significati mai uguali, laddove la creatività e la volontà rimettono in gioco tutto ciò che sembra già stabilito.

“Mano d’oro” è in questo senso profondamente pensata alla maniera di Arienti, è anche una sorta di giro di boa, una mostra antologica in una città come Palermo drammatica e contraddittoria, osservatorio da cui Arienti sceglie di guardare indietro pur restando centrato sul presente.
Tecniche e medium sono quelle che l’artista utilizza sin dagli anni Ottanta ma a cambiare è il rapporto con l’immagine, il soggetto resta lo stesso, cambia la tecnologia della manipolazione. Quest’atteggiamento produce la possibilità per Arienti di dire “cose nuove” circa la personale visione di cultura contemporanea, spesso violenta e urlata, soggiogata dalla sovrapposizione scellerata d’immagini impossibili da interpretare, dunque senza più valore.
Assuefatti come siamo all’ingovernabile flusso di stimoli visivi Arienti ci costringe invece a una disciplina nell’osservazione, invita a cogliere quei “gesti minimi” nascosti nell’intervento dell’artista, che pervade materiali e forme rideterminandone senso e consapevolezza.

“Mano d’oro” gioca con la serialità per ripensare l’immaginario collettivo attraverso un’elegante mescolanza di relazioni che intersecano rimandi e nuove proiezioni: puzzle, pongo, cancellature, trafori, serie di libri, scatenano una enorme proliferazione di immagini, un sapere compresso, dove ciascuno può ritrovare il proprio ambito di interesse.
Seppur nella varietà delle singole opere, Arienti sceglie la coerenza rispetto al suo lavoro, lasciando sempre aperta e libera l’interpretazione.
L’enorme archivio dell’intelletto si rigenera ogni volta probabilmente grazie a quel “deragliare” che per Corrado Levi era presupposto necessario per il cambiamento, superamento del limite che rende vivido l’atto creativo, generatore e rigoroso.

Esplicito l’omaggio a Van Gogh che Stefano Arienti sente vicino a sé, soprattutto per quel comune mondo rurale pacifico e mai malinconico, che fa riaffiorare le memorie dell’infanzia, della campagna scandita dal tempo della natura, presenza serena seppur oramai sbiadita.
Intensi i grandi lavori su telo antipolvere con raffinate pitture in oro, come anche i multipli di opere/icona dell’artista olandese replicate quasi fossero livelli di un video-game in cui è facile perdersi attratti dal colore che varia da riquadro a riquadro, allontanando il ricordo dell’originale.

“Mano d’oro” è anche riflessione sul peso del denaro nell’arte la cui traccia è questo elemento d’oro che ritorna insistentemente in molte opere, strettamente legato alle connotazioni di carattere sociale ed economico in cui il “valore” abbandona il campo del merito, per entrare in un circuito meramente funzionale alla mercificazione.
Riflessione sulla globalizzazione che non è solo appiattimento culturale ma peggio, perdita dell’identità e della specialità a vantaggio di un possesso non più intellettuale quanto piuttosto materiale. Un accumulo che diventa spreco, sottrazione di energie ed effimera corsa verso il nulla, nella vita come nell’arte.

Posto dunque che più nulla di originale può essere fatto o detto, allora tanto meglio riutilizzare ciò che esiste cambiandone i connotati. Il “gesto minimo” ripetitivo, ossessivo insieme rassicurante e discreto, diventa così salvifico. Virtuosismo meccanico e consapevole che rivela l’inesauribile possibilità semantica del “riuso”, quasi avesse al suo interno misteriosi poteri magici.